traduzione fizionale
[ Traduzione ]

Quando la traduzione si racconta

Quella del traduttore è una figura emblematica che, pur svolgendo un importante ruolo di mediazione culturale, viene spesso ignorata. Molti autori, però, hanno deciso di utilizzare la traduzione come punto cardine dei loro intrighi narrativi. Perché? Ve lo spiego qui di seguito.


Vi ho già parlato (qui!) di quanto ami la traduzione editoriale e di quanto ancora poco si sappia sulla mole di lavoro che risiede dietro a un libro tradotto. Eppure è soltanto grazie ai traduttori se possiamo studiare e leggere i giganti della letteratura di tutto il mondo. E questo pare che lo sappia bene chi di letteratura vive.

Sin da tempi antichissimi, infatti, alcuni tra i più grandi scrittori della storia hanno fatto della traduzione e dei traduttori il fulcro delle proprie narrazioni. Le ragioni, ovviamente, sono diverse e vanno dalla metafora del desiderio di rivalsa sociale alla volontà di rendere più fruibili numerose tecniche e teorie traduttive. E la tendenza è andata sempre più affermandosi in quei romanzi di autori contemporanei, figli della globalizzazione, che hanno fatto sì che la traduzione come soggetto narrativo diventasse quasi un vero e proprio genere letterario.

Un genere che indicherò col nome di traduzione fizionale, termine già usato da Antonio Lavieri nel suo saggio “Translatio in fabula” (Editori Riuniti, 2007) per indicare la letteratura utilizzata come pratica mimetica e teorica della traduzione. Secondo Lavieri, infatti, la narrazione è stata spesso utilizzata come metodo di rappresentazione pratica del processo traduttivo quando il solo metalinguaggio della traduttologia non bastava. Uno stratagemma, questo, che ha fatto sì che in romanzi anche molto conosciuti venissero dibattute problematiche traduttive quali l’autorialità, l’equivalenza e la tanto discussa fedeltà in traduzione.

Ma non solo. Il personaggio del traduttore, in qualità di autore invisibile (come afferma la nota traduttrice Ilide Carmigani) e fantasma della letteratura (epiteto ampiamente utilizzato da Italo Calvino), può rappresentare anche tutti quei personaggi dell’ombra che non intendono più restare ai margini della società, letteraria nel caso specifico, e desiderosi di far prevalere finalmente la propria identità. Una figura che, facendosi anche simbolo del multiculturalismo delle generazioni odierne, possiede un potenziale narrativo interessantissimo.

Che sia forse arrivata l’ora per i traduttori di uscire allo scoperto? Così sembra.

Secondo la traduttologa Nitsa Ben Ari, infatti, nel XXI secolo i racconti di traduzione fizionale sono decisamente aumentati, tanto da poter essere divisi in quattro categorie. La prima di queste comprende tutti quei testi di matrice post-colonialista che hanno come tematiche principali l’ibridismo, l’affermazione dell’identità, la migrazione e il desiderio di rivalsa sociale. La seconda, invece, si compone di quei testi che utilizzano la finzione letteraria, quanto già affermato da Lavieri, come strumento per diffondere metatestualmente teorie e pratiche traduttive. Alla terza e quarta categoria, infine, appartengono tutti quei best-seller che sia parodizzano l’attività traduttiva per crearne un divertissement letterario, sia sfruttano la polivalenza della figura del traduttore per dare vita a un buon prodotto editoriale.

Insomma, pare sia giunto il momento per i traduttori di aspirare alle luci della ribalta. Di farsi conoscere, apprezzare e, perché no, invidiare. Perché la traduzione è un mestiere bellissimo e merita davvero di essere raccontata in un romanzo.

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Lorena Lombardi

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