Rabih Alameddine La traduttrice recensione
[ La traduzione si racconta ][ Le mie letture ]

*Recensione* La traduttrice – Rabih Alameddine

Una giovane donna con un libro in mano e la valigia tra i piedi. È stata questa l’immagine che mi ha colpita quando ho visto il romanzo La Traduttrice di Rabih Alameddine sullo scaffale di una libreria. Così ho deciso di comprarlo, complice un estratto molto promettente. “Il sesso, come la letteratura, può permettere all’altro di intrufolarsi all’interno delle tue pareti, anche se solo per un momento, un momento che prima che tu torni a richiuderti. Chi può spiegare un potere così tremendo?” Insomma, i presupposti sembravano esserci tutti. Peccato che il seguito non sia stato all’altezza delle mie aspettative…


Dopo aver abbandonato la lettura più volte nel corso degli ultimi anni (proprio così, sono anni che tento di portarlo a termine!) finalmente sono riuscita a leggere per intero “La traduttrice” di Rabih Alameddine. Devo dire che il libro non mi ha particolarmente entusiasmata e, pensando di essere stata io troppo superficiale, sono andata a spulciare online per vedere cosa ne avessero pensato gli altri lettori. Ciò che ne ho dedotto è che il mio pensiero sembra essere abbastanza condiviso perché, proprio come immaginavo, “La traduttrice” è quel tipico libro che divide le masse. O lo si ama o lo si detesta. E anche questo non mi sorprende. Il romanzo in sé, infatti, non è scritto male ma la storia procede troppo lentamente per poter interessare anche un lettore meno “impegnato”. La narratrice, Aaliya, si lancia in un lunghissimo mémoire da cui le sole due cose che ne vengono fuori dopo pagine e pagine, sono una totale apatia nei confronti del genere umano e una smisurata passione per la letteratura.

La traduttrice recensione Alameddine

Con i suoi 72 anni e i capelli tinti di blu, Aaliya è una donna che ha rinunciato all’amore, alla maternità, alla religione, all’amicizia e alla famiglia, rifugiandosi nei libri e dedicando loro la sua esclusiva attenzione, in una Beirut dilaniata dalla guerra. Ma cos’ha a che fare questa donna con la traduttrice annunciata a caratteri cubitali sulla copertina? La risposta è semplice. Nulla, o quasi. Credo che in questo abbia pesato molto un’errata scelta titolistica troppo discostante da quella originale che di traduzione non parla affatto. “Un unecessary woman” rende infatti molto più l’universo mentale e psicologico di Aalyia che il semplice appellativo di traduttrice. Soprattutto se si considera che la protagonista è una libraia appassionata di traduzione che cerca nei libri l’amore e l’affetto che le è sempre mancato. Inoltre, non ha mai studiato le lingue ma, conoscendo il francese e l’inglese, traspone spesso in arabo traduzioni di autori come Tolstoj, Sebald e Bernhard che poi seppellisce in uno scatolone. Aalyia non pubblica i suoi lavori, il suo è solo un ossessivo passatempo.

Certo lo scrittore ha il merito di aver saputo penetrare nell’animo della donna e di riproporre magnificamente su carta sentimenti e ossessioni a cui il genere femminile non è nuovo. Ma le troppe citazioni letterarie che spesso interrompono il flusso di coscienza della protagonista, e la mancata divisione in capitoli e i numerosi refusi sparsi qua e là lungo il romanzo, rendono molto complessa la lettura.

Ovviamente non vi nascondo che quando ho comprato questo romanzo speravo di imbattermi in un nuovo libro di traduzione fizionale da poter analizzare per la mia tesi. Nasce forse da questo la mia delusione, nonostante abbia comunque trovato qualche spunto interessante per considerare questo testo un romanzo di traduzione fizionale. Aaliya infatti è il personaggio bibliofilo per eccellenza in cui qualunque traduttore potrebbe immedesimarsi. L’isolarsi nella lettura, il vivere in solitudine, la passione quasi maniacale di scardinare pezzo dopo pezzo ogni struttura del libro.

“Ho fatto della traduzione la mia padrona e i miei giorni non sono stati più così pericolosamente terribili. I miei progetti mi distraggono. […] quando sono in comunione con la traduzione, riesco ad essere felice. […] Durante questi momenti tutte le ferite si rimarginano.”

Per non parlare degli innumerevoli sfoggi di erudizione letteraria di cui ho già parlato e che ho spesso ritrovato in questo tipo di libri. Interessante, a tal proposito, il riferimento metalinguistico alle tre streghe di Macbeth che spinge (spero!) il lettore più attento a chiedersi quanto sia complesso tradurre un testo tenendo conto di tutte le sottigliezze stilistiche che l’autore dissemina nel suo romanzo. Insomma, un libro impegnativo, che ho trovato a tratti interessati ma che per vari motivi non rileggerei. Voto 5.


Traduzione fizionale? Se non sapete di cosa sto parlando, vi invito a leggere questi tre articoli:

Tags: , ,

Lorena Lombardi

Send a Comment

Your email address will not be published.