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Giuseppe Pontiggia, dalla parte dei traduttori

Giuseppe Pontiggia è uno dei migliori intellettuali che l’Italia abbia avuto nell’ultimo cinquantennio. Narratore, saggista, filologo e critico letterario, si è imposto sul panorama della letteratura italiana vincendo il Premio Strega nel 1989 con “La grande sera”. Instancabile lettore e appassionato bibliofilo, vedeva nella letteratura un mezzo attraverso il quale esprimere in modo semplice un pensiero complesso. Tutto ciò grazie a un maniacale studio delle parole. Il Pontiggia, infatti, lavorava con grande attenzione al linguaggio e allo stile per rendere ogni sua opera alla portata di tutti. Ed è questo, forse, l’elemento fondamentale che lo ha avvicinato alla traduzione, un mondo per il quale provava un profondo rispetto.


Giuseppe Pontiggia fa parte di la mia lista di autori italiani che ritengo non abbiano pienamente ricevuto il successo che meritavano. Conosciuto per opere come “Nati due volte”, “Vite di uomini non illustri” o ancora “Il giocatore invisibile”, era anche un affermato scout letterario, un curatore di classici e, soprattutto, un traduttore. E non solo di opere altrui, ma anche di se stesso. Infatti, non tradusse soltanto capolavori quali il “Commento al Sogno di Scipione” di Macrobio, “La Mosella” di Ausonio e “Le meraviglie di Milano” di Bonvesin da la Riva, ma ritradusse dal francese anche i suoi romanzi. E questa fu un’esperienza che lo segnò particolarmente. Per anni aveva già lavorato alla correzione dei propri testi, revisionandoli uno dopo l’altro parola per parola, ma fu solo grazie all’esperienza dell’essere tradotto in un’altra lingua che riuscì ad ottenere nuove sfumature espressive per i suoi capolavori.

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Scoperto dall’editore Maurice Nadeau nel 1985, che fece sì che lo scrittore finisse addirittura nelle grandes traductions di Albin michel, Giuseppe Pontiggia intraprese un fecondo rapporto con il suo traduttore François Bouchard. La grande professionalità e le capacità espressive di quest’ultimo lo segnarono talmente che lo scrittore iniziò a esplorare con curiosità, proprio grazie alla traduzione, le infinite e ancora non sfruttate potenzialità espressive dei suoi libri. E ci riuscì, ritraducendone molti in nuove interessanti versioni (il caso più esemplare è di certo quello del saggio “Ma i debiti sono un’arte”, tradotto da Bouchard come “L’art de faire des dettes” e ritradotto da Pontiggia come “L’arte di fare debiti”).

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E fu forse per tutte queste ragioni che Pontiggia, negli ultimi anni della sua vita, prese spesso apertamente le parti dei traduttori. Il caso più eclatante fu quando nel gennaio 2003 scrisse l’interessante trafiletto per l’inserto culturale del Sole 24 Ore che vi riporto qui di seguito. L’articolo, intitolato “Dovuto ai traduttori”, fu il primo a trattare la questione della quasi totale assenza di riconoscimento per i traduttori e della mancanza di una reale identificazione professionale per questa categoria. Ecco quanto scriveva:

“Uno degli aspetti più tipici di quella inciviltà dei rapporti che sta diventando la sigla araldica della civiltà dei consumi è, in campo letterario, l’attenzione riservata ai traduttori. Di solito si esercita sui loro difetti e prende la forma indignata della stroncatura. Nessuna obiezione, se la critica è motivata. Peccato sia l’occasione prediletta in cui si indugia sul lavoro del traduttore. Quando la versione è pregevole, spesso la si ignora. E quando si citano interi passi e passaggi, ci si guarda bene dal nominare chi li ha tradotti.

Lo so che non mancano le eccezioni altamente meritorie. Ma dovrebbero essere la regola. Il malcostume diventa particolarmente grave quando si recensiscono volumi consistenti per molte e importanza (quali ad esempio i Meridiani Mondadori o la Pléiade di Einaudi) e perfino nelle note bibliografiche poste in calce all’articolo si omettono i nomi dei curatori, dei predatori e dei traduttori. Qui la recensione viene meno a un suo compito istituzionale, sottraendo al lettore uno dei dati cui ha maggiormente diritto.

Ci si lamenta giustamente di quell’italiano immaginario cui approda la fretta incompetente di molti traduttori abituati a praticare con difficoltà sia la lingua originale sia quella in cui traducono. Ma è una ragione in più per valorizzare i pochi che ci restituiscono la vitalità e la bellezza di un testo grazie a un lavoro maniacale e millimetrato sui significati delle parole, sui loro nessi, sulla costruzione, sul ritmo.

Credo che tradurre, nella sua accezione più alta, sia la meta utopica per cui vale la pena di lottare. I migliori lo fanno e ci consentono di avvicinare in modo insperato i valori e finezze altrimenti inattingibili. Non riserviamo a loro, come ricompensa, il silenzio. E non dimentichiamo neanche la decenza professionale…”

Un articolo davvero interessante, che mostra quanto la situazione in dieci anni non sia poi così cambiata. E voi cosa ne pensate? Aspetto di leggere i vostri pareri!

Intanto, se volete, qui sotto vi consiglio qualche libro di Giuseppe Pontiggia che dovreste assolutamente leggere. (Il mio preferito: Nati due volte, un romanzo che racconta la storia di un padre alla prese col suo figlio disabile. Un libro che risente dell’esperienza diretta di Pontiggia con suo figlio e che spinge ad apprezzare ciò che abbiamo e chi ci sta intorno.)

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Lorena Lombardi

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