Don Quijote de la Mancha
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Don Quijote de la Mancha, archetipo del traduttore fizionale

Ciao a tutti! Oggi torno a parlarvi di traduzione fizionale e in particolare di quella che viene considerata la prima attestazione di questo particolare filone letterario. Anche se il personaggio-traduttore è un elemento narrativo sviluppatosi e diffusosi soprattutto nell’ultimo quarantennio, pare infatti che il primissimo traduttore fizionale risalga a molto prima e precisamente al 1600. Curiosi di saperne di più? Continuate a leggere…


Il Don Quijote de la Mancha di Cervantes è un testo che, come sappiamo, riveste una grande importanza nel panorama letterario mondiale. Si tratta in effetti di quello che viene convenzionalmente indicato come il primo grande romanzo moderno che, a detta di Milan Kundera, « segna il passaggio della letteratura del mondo eroico a quella della quotidianità dell’esperienza umana ». Senza dimenticare che Cervantes, con la storia del suo ingenioso hidalgo e la sua fede nei libri di cavalleria, ha messo in scena un romanzo il cui soggetto non è altro che il romanzo stesso valutando, satiricamente e con riferimenti tangibili, il potere da esso acquisito nel XVII secolo. Un testo che, buttando definitivamente a terra le barriere tra realtà e immaginazione e tra narratore, autore e lettore, riflette sulla propria funzione creando di per sé una prima teoria del romanzo nel romanzo.

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Ma non solo. Secondo il filologo e traduttore spagnolo Valentín García Yebra, il Don Quijote può essere considerato come il primo romanzo promotore di un’ulteriore teoria, quella della traduzione. Un aspetto non molto studiato, o comunque prevalentemente tralasciato da molti studiosi, e che riguarda proprio l’aspetto della traduzione fizionale che sta all’origine dell’intera storia. Nel nono capitolo della prima parte, infatti, Cervantes afferma che il romanzo che è in procinto di redigere non è una creazione originale, bensì la traduzione di un manoscritto ritrovato per caso e acquistato da un ragazzetto nell’Alcanà di Toledo. Una storia scritta da un « historiador arábigo manchego » – Cide Hamete Benengeli, a cui Cervantes farà riferimento più volte nel corso del romanzo – e che l’autore non avrebbe potuto redigere senza l’aiuto di un traduttore di fortuna, un giovane moro spagnolizzato. Un ragazzo fin troppo discreto al quale Cervantes chiede di tradurre l’opera in castigliano in poco più di un mese e mezzo, anonimamente e per soli due sacchi di uva passa e due misure di grano (situazione che a oltre quattrocento anni di distanza non risulta poi essere tanto cambiata!).

Credits: cervantesvisrtual.com
Credits: cervantesvisrtual.com

Ma ecco spuntare nel romanzo un primissimo accenno di teorie della traduzione. Cervantes, raccontando il modo in cui il moro si approccia al manoscritto, teorizza i due più frequenti metodi traduttivi mai utilizzati. Il primo è in effetti quello che riguarda la discussione tutt’oggi tanto diffusa della fedeltà totale al testo di partenza e della cosiddetta traduzione alla lettera. Un tipo di traduzione che il giovane moro effettuerà lungo tutta la prima parte del romanzo commettendo spesso anche vari errori di totale aderenza al testo. A partire dalla metà della seconda parte, però, il metodo utilizzato dal morisco di Cervantes si farà più interessante con l’utilizzo di quella che Antonio Lavieri identifica come “traduzione libera”. A partire dal capitolo XVIII, infatti, il giovane moro cambierà completamente atteggiamento nei confronti del testo lanciandosi in quel percorso fatto di minuzie e riflessioni in cui anche oggi si perde il traduttore letterario. Appaiono così annotazioni, letture critiche e a volte anche opinioni personali, frequenti sintesi e omissioni che cambiano completamente l’andamento del testo e fanno luce sulle strategie traduttive attuate. Eccone un esempio:

“A questo passo l’autore dell’istoria dipinge minutamente le particolarità tutte della casa di Don Diego, facendo la descrizione dell’abitazione d’un cavaliere dovizioso del contado. Al traduttore parve di poter passare queste ed altre minuzie sotto silenzio, non recando ciò grande aiuto all’istoria principale, la cui forza sta nella verità e non nelle digressioni fredde o inutili.” (Parte seconda, Capitolo XVIII)

Ma l’episodio più indicativo della modernità con cui Cervantes introduce per primo la figura del traduttore in un testo letterario è quello che si svolge nel capitolo LXI in cui compare la famosa metafora degli arazzi. Si tratta di un dialogo che il Quijote intraprende in una stamperia con un traduttore (anch’egli anonimo come il moro) sembrando vivamente apprezzare il suo lavoro e lamentandosi del mancato riconoscimento riservatogli.

“Va benissimo, disse don Chisciotte, ma giurerei che vossignoria non è ben rimeritato dal mondo, nemico sempre di premiare i fioriti ingegni e le fatiche più commendevoli. Oh quanti uomini di vaglia che vivono nell’oscurità! quante virtù dispregiate e vilipese! Contuttociò a me pare che il tradurre da una in altra lingua, purché non intendasi delle regine delle lingue, la greca e la latina, egli è come un guardar al rovescio i tappeti di Fiandra, dove, sebbene si distinguano le figure, sono però sempre piene di fila che le imbrattano, e non si scorgono così appariscenti come nel loro diritto.” (Parte seconda, Capito LXI)

Per il Don Quijote « el traducir de una lengua a otra » è un lavoro che non può permettersi margini di errore e che fa della precisione il suo punto cardine. Secondo quanto afferma l’hidalgo, infatti, la traduzione dovrebbe essere come la copia perfetta di un arazzo, creata nell’ombra, impossibile da distinguere anche accanto all’originale. Cervantes, in questo passo, si lancia dunque in una sorta di prima valorizzazione della figura sociale e professionale del traduttore senza però rinunciare a criticare coloro che invece fanno della traduzione un lavoro superficiale. Secondo l’autore, infatti, la maggior parte dei traduttori fa dell’arte della traduzione un arazzo al rovescio in cui, nonostante le figure risultino essere perfettamente riconoscibili, l’apprezzamento finale sembra essere compromesso dalla presenza dei fili dell’intelaiatura.

Mulini a vento - Don Chisciotte

Un’intelaiatura che noi traduttori conosciamo bene, fatta di asimmetrie linguistiche e culture fondamentalmente diverse. Fattori che mettono in luce i mulini a vento con cui ci troviamo a combattere ogni giorno: gli irrisolvibili limiti del linguaggio.

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Per saperne di più sulla traduzione fizionale clicca qui sotto:
www.lorenalombardi.it/traduzione-fizionale 
www.lorenalombardi.it/cosa-significa-fizionale

Se invece non hai ancora letto il Don Quijote de la Mancha, ti consiglio la mia edizione preferita con testo a fronte:

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Lorena Lombardi

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