Traduzione Fizionale, finzione crusca
[ La traduzione si racconta ]

Ma cosa significa “fizionale”?

Qualche settimana fa ho pubblicato un articolo dal titolo “Quando la traduzione si racconta” (leggilo qui) in cui spiegavo per sommi capi il fenomeno della traduzione detta fizionale e dei motivi che spingono gli autori a utilizzarla. L’articolo, con mia grande sorpresa, ha suscitato molto interesse soprattutto tra colleghi traduttori e studenti di lingue, tanto da diventare l’articolo più letto in assoluto del mio blog. Molti di voi, però, mi hanno contattata privatamente per chiedermi come mai avessi utilizzato l’aggettivo fizionale, occorrenza non attestata in alcun dizionario odierno della lingua italiana. La domanda è la stessa che mi pose il mio relatore quando gli esposi il progetto di ricerca per la  tesi di laurea, così come fece il presidente di commissione il giorno della mia discussione. Perché dunque uso il termine fizionale? Ecco spiegate le motivazioni.


Nell’articolo sopracitato parlavo di quanto il traduttore risulti un personaggio dal forte potenziale narrativo per molti scrittori. Raccontare l’atto della traduzione, infatti, pare offrire uno straordinario punto di osservazione della realtà. Ma, in sincerità, si può considerare la traduzione da sola un  elemento valido per catturare l’attenzione del lettore medio? Probabilmente no. Questo perché per interessare davvero chi legge, la traduzione, così come è accaduto per la biografia che si è spostata sempre più verso l’autofiction, per quanto interessante possa essere, sembra necessitare di quel quid in più che solo la finzione narrativa può creare.

È per questo che si ricorre spesso allo stratagemma della traduzione fizionale, definizione dall’aggettivo ancora molto controverso. Ufficialmente, infatti, « fizionale » è una parola che sembra non esistere più nonostante, sia i primi dizionari della Crusca che l’autorevole Tommaseo-Bellini, la riportino come parola esistente in uso almeno fino al 1400. E in effetti, tra i tanti autori illustri che l’hanno adoperata, così come la parola « fizione » dalla quale deriva, fa capolino anche Boccaccio che la utilizzò in molte sue novelle in qualità di sinonimo dell’attuale aggettivo « finto, risultato di una finzione ». Il termine pare infatti derivare dal latino fictio fictiōnis, con la duplice accezione del verbo fingěre in quanto «creazione» e «finzione», accezioni che in effetti lo denotano tutt’oggi. Ciononostante i dizionari dell’uso attuali non lo lemmatizzano più nella propria nomenclatura anche se, nell’ultimo ventennio, « fizionale » ha ripreso a diffondersi in numerosi saggi di traduttologia, letteratura e critica letteraria dopo che Adelheid Conte nella traduzione di “Poetica occidentale. Tradizione e progresso”, un saggio di Lubomìr Dolezel, lo utilizzò su suggerimento di Cesare Segre come calco dall’inglese fictional.

Ad oggi la scelta di tale aggettivo in italiano sembra destare ancora qualche dubbio anche se, in realtà, la parola fizionale viene ormai utilizzata da moltissimi scrittori e critici letterari. Primo tra tutti Antonio Lavieri, esperto in letterature comparate, che ne ha fatto un vero e proprio baluardo della sua teoria sulla letteratura come pratica mimetica e teorica del tradurre, riportata nel suo saggio “Translatio in fabula”.

È per tutti questi motivi che ho deciso di fare anche mio il termine fizionale, a voler indicare tra le pagine di questo blog tutte quelle traduzioni e quei traduttori, frutto della creazione e dell’immaginazione di un autore, scelti come temi della narrazione per i più vari motivi. E poi, in sincerità, anche perché credo che la storia del termine fizionale rappresenti un po’ quella che è la vera essenza della traduzione e delle strade che può intraprendere il linguaggio grazie ad essa. In quanto vi ho appena raccontato, infatti, il traduttore di turno (in questo caso Adelhaid Conte) ha giocato un ruolo davvero importante per la nostra lingua. Scegliendo di tradurre il termine fictional con fizionale, infatti, la Conte ha riportato in italiano, sotto forma di prestito linguistico, una parola di derivazione latina, e quindi relativamente nostra, che col tempo invece avevamo perso. Il grande potere della traduzione…

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Lorena Lombardi

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